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domenica 2 febbraio 2014

Una giornata in marcia

Ieri son andato a dormire quasi all'1, complice la sveglia a orario anomalo e lo scrivere sul blog (questo anche per spiegare il perché degli errori e incongruenze sintattico/lessicali del post precedente).
Mi son svegliato alle 7 e mi veniva da vomitare. Non per il sonno ma letteralmente.
Il cibo fetente di ieri a pranzo stava presentando il conto.
Corro in bagno ma fortunatamente era un falso allarme.
Nonostante la piccola quantità ingerita di quegli spiedini il saporaccio era persistito fin sera.
Resto interdetto e non capisco se qualcosa deve accadere o meno.
Lavo i denti, bevo acqua (in bottiglia) e dubbioso torno sotto il piumone.
Mi risveglio alle 9 un tantino rimbecillito e nauseato ma sto decisamente meglio.
Faccio colazione e vedo che tengo tutto dentro.
Mi vesto ed esco in direzione del memoriale del massacro. Sono le 10 e per strada prendo una coca. Dio benedica l'inventore di quella bevanda caustica e nociva perché mi sblocca completamente e da lì in poi starò bene.
Ieri mi ero direttsottolineare direzione sbagliata, il museo è in tutt'altra zona.
Prendo la metro. Non avevo scritto quanto grande è il piacere di non avere alcun tipo di controllo all'ingresso. Questo mi permette di usarla di più senza temere per il contenuto, vario ed essenziale, dello zainetto.
Debbo anche cambiare linea e passare 12 fermate e spendo soli 4 yuan. Questo è incentivare il trasporto pubblico.
Il memorabile si trova lungobil classico stradone anonimo pre-periferico. Seguo un fiume di persone che si dirige lì.
L'atmosfera già all'ingresso ricorda molto i campi di concentramento che ho avuto modo di visitare.
Un lungo e monolitico muro in pietra antracite di aspetto aspro e ruvido è poggiato su di una vasca scura piena d'acqua immobile che arriva a filo del bordo.
Una grande statua sgraziata in metallo scuro e non lucido è posta all'inizio del muro e accoglie il visitatore.
Rappresenta una donna straziata da dolore che tiene fra le mani un neonato morto. È appena abbozzata l'intera figura ma è efficace. Qui inizia un percorso nel dolore, pare avvertire.
Sorpassatala si incontrano, ad intervalli costanti di una ventina di passi, statue più piccole, sempre nello stesso stile, raffiguranti scene di civili che subiscono tutto l'orrore che la guerra porta con sé.
Al tornello nessun controllo ma mi vien chiesto di aggiungere nome e nazionalità su di un piccolo registro. A quanto pare nella settimana trascorsa sono solo l'ottavo.
Un grande cortile in ghiaia si sviluppa a pianta rettangolare. Tre dei lati sono chiusi da alte mura. Il quarto lato' alle spalle dell'ingresso ospita un ampia costruzione il cui ingresso è posto un paio di metri sotto il livello del cortile. Per il resto è tutta grossa ghiaia. Il colore di tutto è il grigio scuro in varie sfumature. I sassi fan pensare a ossa.
Sul muro più imponente, la prima cosa che si incontra entrando, un numero in metallo: 300.000. E poi la parola 'victims'.
È ripetuto in lettere in tutte le lingue per tutta l'estensione. Leggo 'trecento mila vittime'.
Questo avveniva nel '37. In sole 6 settimane.
Entro nell'unica costruzione presente e scopro che è un museo molto particolare.
Si cammina attraverso una ricostruzione della Nanchino distrutta dai bombardamenti e incendi, fra macerie e pali della luce spezzati. L'intero percorso è mantenuto a luce molto bassa, suoni di bombe e urla accompagnano il visitatore.
Una grande sala nera con luce quasi assente ha su di un lato proiettato il volto di una vittima, ne viene detto il nome e poi la foto cambia e si passa al prossimo civile massacrato.
C'è un sacco si gente che fotografa tutto e non mantiene il silenzio che secondo me sarebbe idoneo al luogo. Un cinese di forse un metro e quaranta e dotato di una macchina fotografica grande come la sua testa è in frenesia e continua a spingermi ad ogni passo per avere una visuale migliore del reperto che sto osservando. Vorrei dargli bun cazzottone in testa alla Bud Spencer. Peggio ancora però e un enorme e tondo bambino che ripetutamente si infila fra me e la teca in fronte alla quale mi trovo spingendomi distante col suo considerevole girovita.
Non sapevo ma il memoriale è costruito su di una serie di fosse comuni. Alcune sale mostrano la terra viva alcuni degli scheletri che ancora son lì.
Non descriverò cosa è esposto, basti immaginare qual'è il tema. Inoltre credo che sia giusto informarsi personalmente su di questo olocausto dimenticato. Uno sterminio che qui si è espresso al massimo della brutalità ma che ha coinvolto una buona parte della Cina.
Unica cosa che accenno è l'ampia sezione dedicata a John Rabe, il nazista che provò a salvare una parte della popolazione. E davvero un eroe. Spero basti a farvi leggere almeno la pagina wiki a lui dedicata. C'è anche un bel film di un paio d'anni fa, foste interessati.
Alla fine del percorso museale è possibile lasciare un pensiero scritto e riporlo in una cartelletta che poi verrà archiviata secondo il nome dello scrivente. Ce ne sono migliaia disposte in ordine alfabetico su di una imponente scaffalatura che copre due piani e arriva al tetto.
Sono molto colpito, come sempre quando visito posto così debbo trattenere le lacrime. È talmente forte il senso di folle  ingiustizia che mi sento reso partecipe del dolore che qui è stato subito.
Una constatazione che però mi sento di dover fare è che il tono è talmente antinipponico da farmi a volte storcere il naso. Leggo troppe volte 'japanese devil'. È pur vero che la questione è tutt'altro che chiusa e che anche l'attuale governo giapponese sta praticamente proseguendo nel revisionismo e negazionismi che dal dopo guerra è stato la norma ma chi governa non è il popolo in prima persona. Non è 'il giapponese' il mostro. Chi è nato ora non può essere reso automaticamente colpevole. La coscienza di un popolo, quella sì, è da analizzare e semmai puntarvi il dito.
Immagino se a Dachau avessi letto 'il diavolo tedesco' ogni 2 passi. Non credo serva sottolineare ulteriormente certe cosa. Le immagini e le testimonianze sono più che abbondanti ed incisive per trasmettere il messaggio anche al più stupido dei visitatori.
Tralascio la descrizione del secondo piano del museo dedicata solamente alla vittoria cinese perché è pura propaganda per di più fuori luogo e irrispettosa.
Il percorso prosegue verso il parco della pace passando per un'altra fossa comune coi resti parzialmente escavati e lasciati al nostro giudizio e ad un'altra ancora invece ricoperta da ghiaia dove pare siano sepolte più di 1000 vittime civili.
Mi sento tirare per una manica e vedo la famiglia con la quale avevo viaggiato in treno che mi saluta.
Poco dopo una coppia mi ferma ed entrambi si fanno una foto con 'lo straniero'.
Al termine del parco un'alta statua bianca montata su di un monolite nero con la scritta 'peace'.
La statua è una donna cinese che tiene fra le mani una colomba. Attorno volano colombe vere provenienti da una colombaia adiacente.
Un'esperienza forte questo posto. Come avere un macigno sul petto che non si riesce a spostare.
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Non so bene se riprovare il tempio di Confucio o dirigermi alla Purple Mountain. Penso che domani è lunedì e che qui in genere è considerato come la domenica da noi e che rischio di trovare tutto chiuso. Montagna sia.
In una mezz'ora di metro sono ai piedi del monte fra frotte di cinesi zaino-muniti. Come sempre seguo la mandria.
L'area della montagna viola, che viola non è (magari lo sarà con la fioritura, non so) è incredibilmente estesa per quanto adiacente al centro città. È boscosa e con diversi laghi e laghetti sparsi e ospita principalmente tombe e monumenti funebri. Non tutti antichi. Nanjing ha uma storia politica particolare.
È stata anche capitale in tempi antichi ma soprattutto lo è stata durante il periodo del Kuomintang. E lo è ancora per Taiwan che si considera l'erede e la depositaria di quella Cina.
Seguo quindi la massa della gente snobbando i vari pullman e treinini su ruote che portano più in alto. Bella cazzata.
Avevo decisamente sottovalutato le dimensioni della montagna. Dopo 2 ore di cammino arrivo alla prima 'attrazione', ovvero l'ex residenza di Son Mei Ling. Sposata con uno dei fondatori del Kuomintang e poi costretta all'esilio. Giro un po ma son imbatazzato dalla pochezza del posto. È la sua casa, stop. Ci sono transenne in ogni stanza. Anche i bagni o la sala caldaie. E tutti fotografano...mah...
Proseguo la scalata alla cima. Perlopiù si cammina lungo una strada molto trafficata dato che mezza città è qui per fare una scampagnata. Seguo cartelli ma mi ritrovo sempreca distanze indefinite e in direzione non chiara.
Trovo una stazione di partenza dei pulmini elettrici e cedo. 5 yuan e mi portano al mausoleo di Sun Yat-sen, uno dei fondatori del Kuomintang e padre della nuova Cina.
Sul pulmino, a fianco a me, è seduta una meravigliosa bambina di forse 5 anni vestita di rosso. In mano stringe due rametti fitti di fiorellini rosa e mi guarda fisso per tutto il viaggio con grandi occhioni neri. Ha le guance rosse e la pelle chiara e ricora 'boo' di Monster Inc da quanto è adorabile.
Arrivo a destinazione e ringrazio di aver scelto l'opzione a motore perché sennò sarei arrivato dopo almeno un'altra ora.
C'è un mare di gente. Un piazzale e poi un portale con coppi blu porta ad una scalinata.
Ma è il cibo ad attrarmi. Niente di fritto, per carità.
Prendo una cosa simile ad una piada croccate ripiegata a cilindro con dentro cipolla, pomodoro e un uovo alla piastra. Buona e ci stava proprio.
Passo il portale mangiando spicchi dell'arancio -omaggio per l'anno nuovo- e vedo un viale e scale che si perdono verso l'alto. Sulla cima il mausoleo.
Per arrivarvi piu di un migliaio di gradini divisi in serie da cinquanta e interrotti da slarghi. Ogni serie, giuro che è così e non è stata la fatica a farmelo sembrare, è più ripida della precedente. Anche oggi è piuttosto caldo e sono senza giacca. Molte ragazze cinesi sono in calze e gonnellino plissettato lungo non più di 30cm. Più le scale diventano ripide e più sale un po anche la mia motivazione a salire.
Sulla cima una costruzione contenente solo una stele e la statua del defunto.
Girandosi però c'è da restare a bocca aperta. Sono molto in alto. Attorno la città è scomparsa resa invisibile dall'umida foschia di questa temperatura innaturale. I boschi sono immersi in una lattiginosa luce che li fa sembrare schizzi a carboncino.
Sotto di me una folla affronta le scale e ricorda World War Z.
Mi fermo un po a gironzolare e far foto e benevolmente concedo una foto con me ad un ragazzo che si vergogna visibilmente quando me i chiede di farla. Potre aprire un banchetto 'fai la foto con l'europeo barbuto' e poi lanciare una serie di gadgets.
Ridiscendo e mi metto in coda (30min) per il pulmino.
Visito il parco del tempio Linngu. In gran parte ricostruito o edificato nell'ultimo secolo, accoglie non solo il tempio ma anche tombe di membri dfl Kuomintang, statue, padiglioni ed un'alta pagoda.
Offre scorci affascinanti che in primavera debbono esserlo molto di più ma poco altro. Visito tutto. Dei gatti rossi si lavano placidi seduti sul tetto del tempio. Che non vi descrivo perché uguale a mille altri.
Sulla pagoda non salgo. 15 piani di scale a chiocciola. In più leggo che è stata costruita nel '31 e questo asseconda la mia decisione.
Ma soprattutto a farmi rinunciare è il fatto è che non so bene dove sono e sta calando veloce la luce. Inoltre non so come tornare alla metro. I pulmini presi e\o visti portano solo da un'attrazione all'altra.
Finisco a camminare fra boschi e prati seguendo cartelli di indicazioni. Arrivo dopo un'ora abbondante di cammino sempre più spedito. Ormai è quasi buio e dov'ero prima di lampioni neanche l'ombra, neppure lungo le strade. Rimanere persi in un bosco cinese per una notte non era nei piani ma ci son andato parecchio vicino.
Prendo due metro e poi un taxi. Un'altra mezz'ora a piedi dalla stazione all'Hotel non me la sentivo di affrontarla.
Mi tolgo le scarpe e sono felice.

3 commenti:

  1. ... se non fossi il padre burbero, spocchioso e cattivo che sono .... giuro che mi commuoverei a leggerti (finalmente) felice .....

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  2. Felice di essere vivo in hotel. E senza scarpe. E vorrei vedere.

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  3. Immagino la commozione nel visitare un mausoleo che ricordi lo sterminio di 300.000 persone. Federico Rampini nel suo libro "Slow Economy" scrive che ogni anno in Cina muoiono circa 100.000 minatori nelle miniere di carbone a causa di incidenti e malattie per sostenere la macchina industriale cinese. Chissà se un giorno vedremo un mausoleo anche per loro...

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